Mostrando entradas con la etiqueta Benedicto XVI. Mostrar todas las entradas
Mostrando entradas con la etiqueta Benedicto XVI. Mostrar todas las entradas

18 de enero de 2018

L'eresia al potere

Settimo Cielodi Sandro Magister

L'eresia al potere

Radaelli
> Italiano
> Français
di Antonio Livi
Ritengo che sia indispensabile, nell’attuale congiuntura teologico-pastorale, tener conto di quanto ha esaurientemente dimostrato Enrico Maria Radaelli nel suo ultimo lavoro ("Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo", Edizioni Pro-manuscripto Aurea Domus, Milano 2017), ossia che l’egemonia (prima di fatto e poi di diritto) della teologia progressista nelle strutture di magistero e di governo della Chiesa cattolica si deve anche e forse soprattutto agli insegnamenti di Joseph Ratzinger professore, che mai sono stati negati e nemmeno superati da Joseph Ratzinger vescovo, cardinale e papa. Questa tesi, che così enunciata potrebbe apparire a molti inaccettabile (mi riferisco a tutti coloro che finora avevano visto in Ratzinger come cardinale Prefetto della congregazione per la dottrina della fede e poi come papa Benedetto XVI un provvidenziale baluardo contro quella che lui stesso definiva "dittatura del relativismo"), ha una sua adeguata giustificazione scientifica nel libro di Radaelli, il quale analizza pagina per pagina il testo fondamentale di Ratzinger, quella "Einführung  in das Christentum: Vorlesungen über das apostolische Glaubensbekenntnis", che fu pubblicata nel 1968 come rielaborazione delle lezioni di Teologia tenute nel semestre precedente dall’allora giovane professore nell’Università di Tubinga ed ha avuto nel testo originale ben ventidue edizioni, l’ultima nel 2017.
Enrico Maria Radaelli è noto come il miglior discepolo e interprete di quel Romano Amerio che nel 1985 aveva pubblicato "Iota Unum. Studio delle variazioni della Chiesa Cattolica nel secolo XX", che io considero la prima, coraggiosa e seria e documentata denuncia della presenza del modernismo teologico nella forma (retorica) e nella sostanza (ideologica) della "Gaudium et spes" e di altri fondamentali testi conciliari. Imitando lo scrupolo esegetico e l’onestà intellettuale del suo maestro, Radaelli studia attentamente il testo ratzingeriano, citandone i passaggi fondamentali da un’edizione italiana recente (cfr "Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico", Queriniana, Brescia 2000) e facendo subito notare – ed è uno dei dati a sostegno della tesi di Radaelli – che Joseph Ratzinger, anche quando è divenuto prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, non ha mai sentito il bisogno di rivederne o modificarne il contenuto. In effetti, nel 2000 scriveva che il suo libro avrebbe ben potuto intitolarsi "Introduzione al cristianesimo, ieri, oggi e domani", aggiungendo:
"L’orientamento di fondo era, a mio avviso, corretto. Da qui il mio coraggio oggi di porre ancora una volta il libro nelle mani dei lettori" ("Saggio introduttivo alla nuova edizione 2000", in "Introduzione al cristianesimo", ed. cit., p. 24).
Insomma, conclude Radaelli, la teologia che Ratzinger ha sempre professato e che si ritrova in tutti i suoi scritti, anche in quelli firmati come Benedetto XVI (i tre libri su "Gesù di Nazaret" e sedici volumi di "Insegnamenti") non è sostanzialmente diversa da quella della "Einführung", ed è una teologia di stampa immanentistico, nella quale tutti i termini tradizionali del dogma cattolico restano linguisticamente inalterati ma la loro comprensione è cambiata: messi da parte, perché ritenuti oggi incomprensibili, gli schemi concettuali propri della Scrittura, dei Padri e del Magistero (che presuppongono quella che Bergson chiamava "la metafisica spontanea dell’intelletto umano"), i dogmi della fede sono re-interpretati con gli schemi concettuali propri del soggettivismo moderno (dal trascendentale di Kant all’idealismo dialettico di Hegel). A farne le spese – osserva giustamente Radaelli – è soprattutto la nozione di base del cristianesimo, quella di fede nella rivelazione dei misteri soprannaturali da parte di Dio, ossia la "fides qua creditur". Questa nozione risulta irrimediabilmente deformata, nella teologia di Ratzinger, dall’adozione dello schema kantiano dell’impossibilità di una conoscenza metafisica di Dio, con il conseguente ricorso ai "postulati della ragione pratica", il che comporta la negazione delle premesse razionali della fede e la sostituzione delle “ragioni per credere”, che costituivano l’argomento classico dell’apologetica dopo il Vaticano I (Réginald Garrigou-Lagrange) con la sola “volontà di credere”, che fu teorizzata dalla filosofia della religione di stampo pragmatistico (William James). Ratzinger ha sempre sostenuto, anche nei discorsi più recenti, che l’atto di fede del cristiano ha come suo specifico oggetto, non i misteri rivelati da Cristo ma la persona stessa di Cristo, conosciuto nella Scrittura e nella liturgia della Chiesa. Ma è una conoscenza incerta e contraddittoria, troppo debole per resistere alla critica del pensiero contemporaneo. Sicché la teologia di oggi, secondo Ratzinger, non riesce a parlare della fede se non in termini ambigui e contraddittori:
"Il problema di sapere esattamente quale sia il contenuto e il significato della fede cristiana è oggi avvolto da un nebuloso alone di incertezza come mai forse prima nella storia" ("Introduzione al cristianesimo", Prefazione alla prima edizione, trad. it. cit., p. 25).
In effetti, la teologia di oggi è costretta ad ammettere che, nell’animo del credente, all’atto di fede (voluto anche se infondato) è sempre associato il dubbio. Ciò avviene perché ormai il fondamento dell’atto di fede non è più, come insegnava il Vaticano I, "l’autorità di Dio, che non può ingannarsi né ingannare gli uomini", ma è l’uomo stesso, il quale ha voluto costruirsi un’idea di Dio che soddisfi le proprie esigenze spirituali. Ma questa idea di Dio, che l’uomo religioso di oggi ha forgiato a propria immagine e somiglianza, è inevitabilmente incerta e problematica, e il teologo ne avverte la radicale incompatibilità con la cultura contemporanea:
"Chi tenta di diffondere la fede in mezzo agli uomini che si trovano a vivere e a pensare nell’oggi può realmente avere l’impressione di essere un pagliaccio, oppure addirittura un resuscitato da un vetusto sarcofago. […] Constaterà la condizione di insicurezza in cui versa la sua propria fede, la potenza quasi inarginabile dell’incredulità che si oppone alla sua buona volontà di credere. […] Sul credente pesa la minaccia dell’incertezza. […] Il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbio, trovandosi assegnato il mare dell’incertezza come unico luogo possibile della sua fede" ("Introduzione al cristianesimo", Prefazione alla prima edizione, trad. it. cit., pp. 34-37).
Radaelli mostra come le medesime espressioni si ritrovino nella pubblicistica del cardinale gesuita Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, il quale andava ripetendo: "Ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente, che si interrogano a vicenda". Io aggiungerei che sono le medesime espressioni alle quali fa ricorso Gianni Vattimo, teorizzando il credere del cristiano come facente parte del suo "pensiero debole". Ma è proprio questa nozione sostanzialmente scettica della fede nella Rivelazione ciò che, secondo Ratzinger, consente alla teologia un proficuo confronto con la filosofia e con la scienza di oggi, concedendo esplicitamente ad esse il presupposto epistemologico dell’impossibilità della conoscenza razionale di Dio e della legge morale naturale. In effetti, se nemmeno il credente ha la certezza dell’esistenza di Dio e della sua presenza visibile in Cristo, nel dialogo della Chiesa con il mondo moderno bisogna parlare di Dio come di un’ipotesi: un’ipotesi che Kant riteneva necessaria per fondare la pietà religiosa, ma non un’evidenza della ragione naturale in base alla quale è ragionevole credere alla parola di Cristo, rivelatore del Padre. E così mi spiego come Ratzinger, nel suo encomiabile impegno di dialogo pastorale con la cultura secolaristica, abbia chiesto agli interlocutori di progettare una morale pubblica basata sull’ipotesi dell’esistenza di Dio (cfr Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger, "Ragione e fede in dialogo", trad. it. a cura di G. Bosetti, Marsilio, Venezia 2005). Così argomentava il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede alla vigilia della sua elevazione al soglio pontificio:
"Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita 'veluti si Deus daretur', come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno" ("L’Europa nella crisi delle culture", conferenza tenuta la sera di venerdì 1 aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica, in occasione del Premio San Benedetto "per la promozione della vita e della famiglia in Europa").
Io ho letto con particolare attenzione le pagine del libro di Radaelli nelle quali questo concetto di “fede debole” è adeguatamente documentato. Esso investe una problematica filosofico-teologica che, per la sua importanza dal punto di vista pastorale, da sempre sta al centro dei miei interessi di studio (cfr Antonio Livi, "Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica", Leonardo da Vinci, Roma 2005; "Logica della testimonianza. Quando credere è ragionevole", Lateran University Press, Città del Vaticano 2007; "Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede", Leonardo da Vinci, Roma 2010; "Quale pretesa di verità può essere riconosciuta alle dimostrazioni filosofiche dell’esistenza di Dio", in "L’esistenza di Dio. Un’innegabile verità del senso comune che dalla formalizzazione metafisica può ricevere piena giustificazione dialettica", a cura di F. Renzi, Leonardo da Vinci, Roma 2016, pp. 19-36). Le analisi di Radaelli sui testi di Ratzinger mi hanno fatto comprendere perché questo grande teologo abbia accettato come inevitabile, al giorno d’oggi, l’interpretazione fideistica del cristianesimo e abbia squalificato come inutile "apologetica neoscolastica" il ritorno alla dottrina classica dei "praeambula fidei", che è certamente di Tomaso d’Aquino ma è stata anche recepita nei documenti dogmatici del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano I. La ragione sta nel fatto che fin dagli inizi, cioè fin dalla "Einführung", Ratzinger partecipava a quell’efficientissima operazione culturale che Cornelio Fabro definì come "avventura della teologia progressista" e che non ha come unico protagonista Karl Rahner. Si suol dare troppo importanza al dissidio dottrinale tra Ratzinger e Rahner, in seguito al quale il primo lasciò la redazione di "Concilium" e si unì ai collaboratori di "Communio". La verità è che il dissidio era solo sulla metodologia dialettica e non sui contenuti di fondo della "svolta antropologica" che entrambi intendevano imprimere alla teologica cattolica in vista di una radicale riforma della Chiesa. Per convincersene basterà rileggere quanto Ratzinger scrive a proposito della sua iniziale collaborazione con il collega gesuita durante i lavori del concilio ecumenico:
"Lavorando insieme con lui, mi resi conto che Rahner e io, benché ci trovassimo d’accordo su molti punti e in molte aspirazioni, dal punto di vista teologico vivevamo su due pianeti diversi. Anch’egli, come me, era impegnato a favore di una riforma liturgica, di una nuova collocazione dell’esegesi nella Chiesa e nella teologia e di molte altre cose, ma le sue motivazioni erano parecchio diverse dalle mie. La sua teologia – malgrado le letture patristiche dei suoi primi anni – era totalmente caratterizzata dalla tradizione della scolastica suareziana e dalla sua nuova versione alla luce dell’idealismo tedesco e di Heidegger. Era una teologia speculativa e filosofica, in cui, alla fin fine, la Scrittura e i Padri non avevano poi una parte tanto importante, in cui, soprattutto, la dimensione storica era di scarsa importanza. Io, al contrario, proprio per la mia formazione ero stato segnato soprattutto dalla Scrittura e dai Padri, da un pensiero essenzialmente storico" (Josef Ratzinger, "La mia vita. Autobiografia", Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, p. 123).
Questa mia digressione mi consente di tornare ad affermare che la tematica affrontata nel saggio di Radaelli e l’acume critico con cui essa è trattata rendono un grande servizio alla comprensione di ciò che sta avvenendo nella Chiesa dagli anni Sessanta del Novecento fino a oggi. Sono eventi che io ho spesso sintetizzato parlando di “eresia al potere”. Mi esprimo in termini che possono sembrare semplicistici o esagerati e invece sono pienamente giustificati dai fatti. La realtà è che la teologia neomodernista, con la sua evidente deriva ereticale, ha assunto gradualmente un ruolo egemonico nella Chiesa (nei seminari, negli atenei pontifici, nelle commissioni dottrinali delle conferenze episcopali, nei dicasteri della santa Sede), e da queste posizioni di potere ha influito sulle tematiche e sul linguaggio nelle diverse espressioni del magistero ecclesiastico, e di questo influsso hanno risentito (in grado diverso, naturalmente) tutti i documenti del Vaticano II e molti insegnamenti dei papi del post-concilio (cfr Antonio Livi, "Come la teologia neomodernista è passata dal rifiuto del Magistero ancora dogmatico all’esaltazione di un Magistero volutamente ambiguo", in "Teologia e Magistero, oggi", Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 59-86). I papi di questo periodo sono stati tutti condizionati, chi per un verso chi per un altro, da questa egemonia, che proprio Joseph Ratzinger designò, poco prima della sua elezione al soglio pontificio, come "dittatura del relativismo". Paolo VI ha certamente presieduto e diretto sapientemente il Concilio dopo la morte di Giovanni XXIII, e di lui vanno ricordati alcuni interventi provvidenziali, quali la redazione della "Nota explicativa praevia" apposta alla costituzione dogmatica "Lumen gentium", nonché l’esclusione del tema del celibato sacerdotale e della contraccezione dal dibattito in aula (temi successivamente affrontati nelle encicliche "Sacerdotalis coelibatus" e "Humanae vitae"), ma allo stesso tempo ha avvalorato l’interpretazione del Concilio come una "svolta antropologica" dell’ecclesiologia, come l’istanza suprema di un riconoscimento dei valori umanistici della modernità, sulla base di una comune "religione dell’uomo". Giovanni Paolo II ebbe certamente il coraggio di condannare le deviazioni teologiche in campo morale (cfr l’enciclica "Veritatis splendor") e riprese l’insegnamento del Vaticano I contro il fideismo (cfr l’enciclica "Fides et ratio"), ma permise a Karl Rahner di consolidare la sua egemonia sugli studi ecclesiastici e onorò pubblicamente sia lui (con una lettera di encomio per i suoi ottant’anni) sia altri importanti esponenti della teologia progressista (nominando cardinali Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar). Allo stesso tempo si dimostrava sordo agli appelli di molti autorevoli rappresentanti dell’episcopato mondiale che gli chiedevano di contrastare efficacemente la deriva ereticale del movimento ecumenico e dei rapporti con gli ebrei (cfr Mario Oliveri, "Un Vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli pastorali del relativismo dogmatico", Leonardo da Vinci, Roma 2017). Del papa attuale non occorre parlare. Bastano peraltro le puntualissime citazioni che di lui riporta Radaelli in questo suo utilissimo libro.

Ratzinger rehabilita a Müller. Pero también el Papa emérito es acusado de herejía

Settimo Cielodi Sandro Magister

Ratzinger rehabilita a Müller. Pero también el Papa emérito es acusado de herejía





Libro
*
"Has defendido las claras tradiciones de la fe, pero en el espíritu del Papa Francisco has intentado también comprender cómo pueden ser vividas hoy".
Es éste el elogio que el "Papa emérito" Benedicto XVI dirige al cardenal Gerhard L. Müller, en el prólogo del volumen publicado en Alemania en ocasión de los 70 años del cardenal y de los 40 de su ordenación sacerdotal.
El 1 de julio pasado el Papa Francisco destituyó bruscamente a Müller de su cargo de prefecto de la congregación para la doctrina de la fe, después de haber demostrado en más de una ocasión que no le gustaba su vigilancia sobre la integridad doctrinal de su ministerio.
Pero no por eso tienes que rendirte, le escribe ahora Joseph Ratzinger. Porque, aunque no tenga un cargo concreto, "un sacerdote y, ciertamente, un obispo y un cardenal, nunca está simplemente retirado". Más bien lo contrario, "podrás seguir sirviendo a la fe públicamente en el futuro", sobre todo en estos "tiempos confusos que vivimos". Servicio que, efectivamente, Müller ya está realizando.
Ratzinger reconoce el justo papel que su amigo cardenal ha desarrollado como prefecto de la congregación para la doctrina de la fe, es decir, conjugando la competencia teológica con la "sabiduría" de quien "tiene bien a la vista toda la vida" de la Iglesia.
A este respecto, observa:
"Pienso, por ejemplo, que en la reforma litúrgica algunas cosas habrían sido distintas si la última palabra no hubiera sido dejada a los expertos, sino que hubiera habido además sabiduría en el momento de  juzgar".
Se podrían citar aquí algunos pasajes significativos del "saludo" que Benedicto XVI dirige al amigo cardenal en el libro que le ha sido dedicado. Pero todo el texto merece ser leído.
El originale en alemán puede leerse en esta otra página de Settimo Cielo:
A continuación la traducción en lengua española.
Se observará que Ratzinger dedica amplio espacio también a su trabajo de teólogo, y cita autores como Karl Rahner y Bernard Häring, sobre los que -como también sobre él mismo- se han formado enteras generaciones de teólogos y pastores.
Sin embargo, curiosamente, la publicación de estos recuerdos suyos en el libro en honor del cardenal Müller ha coincidido con un ataque teológico frontal, de una dureza sin precedentes, precisamente contra Ratzinger como teólogo.
Por parte de quien y por qué, lo explicamos al final de este post, tras el elogio de Ratzinger a Müller.
*
UN PALABRA DE SALUDO
por el Papa emérito Benedicto XVI
¡Eminencia! ¡Querido hermano!
Se acerca tu 70 cumpleaños y aunque ya no puedo escribir un verdadera y propia contribución científica para el libro que se dedica en tu honor en esta ocasión, me gustaría participar con una palabra de saludo y de gratitud.
Han pasado 22 años desde que me regalaste, en marzo de 1995, tu "Katholische Dogmatik für Studium und Praxis der Theologie". Fue para mí una señal alentadora, que indicaba que también en la generación de los teólogos postconciliares había pensadores que tenían el valor de luchar por la integralidad, representando la fe de la Iglesia como unidad y totalidad. Si bien es cierto que una investigación detallada es importante, no menos importante es que la fe de la Iglesia aparezca en su unidad interna, completa, y que por lo tanto sea visible también toda la sencillez de la fe, a pesar de las complejas reflexiones teológicas. Porque la sensación que la Iglesia nos impone un paquete de cosas incomprensible, que interesan sólo a los especialistas, es un enorme obstáculo al "sí" a Dios que nos habla en Jesucristo. En mi opinión, uno se convierte en un gran teólogo, no cuando se ocupa de detalles refinados e intrincados, sino cuando es capaz de representar la unidad y sencillez final de la fe.
Tu "Dogmatik" en un único volumen me tocó también por una razón autobiográfica. Karl Rahner había presentado en el primer volumen de sus escritos un proyecto para una estructura renovada de la dogmática que había elaborado con Hans Urs von Balthasar. Naturalmente, esto había suscitado en todos nosotros una gran sed de ver este esquema completado y elaborado. El deseo que surgía por todas partes de una dogmática Rahner-Balthasar se unió, además, a una operación editorial. En los años cincuenta, Erich Wewel había convencido al padre Bernard Häring que escribiera un texto de teología moral en un único volumen, que se convirtió en un gran éxito cuando fue publicado; tras lo cual, a este competente editor se le ocurrió la idea que algo así debía llevarse a cabo en el campo de la dogmática, y que una obra completa escrita por la misma mano correspondía a una necesidad real. Obviamente, se dirigió a Karl Rahner y le pidió que escribiera este libro. Pero Rahner tenía tantos compromisos en ese momento que no pudo liberarse para una empresa tan grande. Extrañamente el editor se dirigió a mí, que estaba al principio de mi recorrido y enseñaba teología dogmática y fundamental en Frisinga. Pero, por desgracia, también yo, aunque estaba al inicio de mi camino, estaba ocupado con muchas actividades y no me sentí capaz de escribir dicha obra en un tiempo que fuera aceptable. Por ello pregunté si podía implicar a un co-autor, un amigo mío, el padre Alois Grillmeier. Colaboré en el proyecto en la medida de lo posible y me reuní en varias ocasiones con el padre Grillmeier para amplias consultas. Pero el Concilio Vaticano II ocupaba, en ese momento, todas mis fuerzas e impuso un profundo replanteamiento de toda la presentación de la doctrina tradicional de la Iglesia. Cuando en 1977 fui nombrado arzobispo de Múnich y Frisinga, estaba claro que no podía dedicarme a ese trabajo. Pero cuando en 1995 llegó a mis manos tu libro, vi de repente, en un trabajo realizado por un teólogo de la generación siguiente, lo que yo había querido hacer, pero no había podido.
Pude conocerte personalmente cuando la conferencia episcopal alemana te propuso como miembro de la comisión teológica internacional, en la que destacaste de manera particular por tu gran competencia y tu total fidelidad a la fe de la Iglesia. Cuando en 2012 el cardenal Levada, por razones de edad, dimitió de su cargo como prefecto de la congregación para la doctrina de la fe se te consideró, tras hacer todas las valoraciones, como el obispo más idóneo para asumir esta tarea.
Cuando yo asumí este cargo en 1981, el arzobispo Hamer –entonces secretario de la congregación para la doctrina de la fe– me explicó que el prefecto no debía ser necesariamente un teólogo, sino un hombre sabio que, al estar por encima de las cuestiones teológicas, no formulara juicios propios de  un especialista, sino que debía más bien comprender qué había que hacer por la Iglesia en un momento determinado. La competencia teológica debía tenerla el secretario, el que dirige la "consulta", la asamblea de teólogos expertos que, juntos, dan un juicio científico correcto. Pero como en la política, la decisión final no pueden tomarla los expertos, sino los sabios que, además de tener familiaridad con el lado técnico, conocen toda la vida de una gran comunidad. Durante mis años de oficio intenté responder a este estándar. Si lo conseguí, es algo que otros deberán juzgar.
En los confusos tiempos que ahora vivimos, la convivencia entre el conocimiento técnico y la sabiduría sobre lo que, en última instancia, es decisivo me parece particularmente importante. Pienso, por ejemplo, que en la reforma litúrgica algunas cosas hubieran sido distintas si no se hubiera dejado la última palabra a los expertos, sino que hubiera habido más sabiduría al juzgar, lo que hubiera reconocido los límites del simple hombre de estudios.
Durante tus años romanos, te has comprometido siempre a trabajar no sólo como estudioso, sino como sabio, como padre en la Iglesia. Has defendido las claras tradiciones de la fe, pero en el espíritu del Papa Francisco has intentado también comprender cómo pueden ser vividas hoy.
El Papa Pablo VI quiso que los más altos cargos de la curia -los de prefecto y secretario- fueran asignados, siempre, sólo durante cinco años, con el fin de proteger la libertad del Papa y la movilidad del trabajo curial. Tu mandato quinquenal para la congregación de la fe ha llegado a término, por lo que ahora no tienes un cargo específico; pero un sacerdote y, ciertamente, un obispo y un cardenal, nunca está simplemente retirado. Por este motivo, podrás seguir sirviendo a la fe públicamente en el futuro, basándote en tu inspiración interior, tu misión sacerdotal y tu carisma teológico. Estamos todos contentos porque con tu gran responsabilidad interior y el don de la Palabra que te ha sido concedido, seguirás estando presente en la lucha de nuestro tiempo por la correcta comprensión del ser hombre y del ser cristiano. Que el Señor te ayude en esto.
Por último, quiere expresarte un agradecimiento muy personal. Como obispo de Ratisbona has fundado el "Institut Papst Benedikt XVI” que, guiado por uno de tus alumnos, lleva a cabo un trabajo verdaderamente excepcional para mantener mi trabajo teológico disponible al publico en su totalidad. El Señor te recompensará por tu esfuerzo.
Ciudad del Vaticano, Monasterio "Mater Ecclesiae",
en la fiesta de San Ignacio de Loyola 2017
Tuyo, Benedicto XVI
----------
El ataque de estos días a Ratzinger como teólogo lo podemos leer en un libro apenas publicado y cuyo autor es Enrico Maria Radaelli, conocido como el más fiel discípulo de Romano Amerio (1905-1997), el filósofo suizo que, en 1985, publicó en "Iota Unum" la acusación más estructurada y argumentada contra la Iglesia católica de la segunda mitad del siglo XIX, por haber subvertido los fundamentos de la doctrina en nombre del subjetivismo moderno.
El libro de Radaelli lleva por título: "Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo" y ha sido publicado "pro manuscripto" por Aurea Domus, la editorial propiedad del autor, y a la que se puede pedir el libro via e-mail, o adquiriéndolo en algunas librerías de Roma y Milán.
Lo que ha llevado a Radaelli a tomar la decisión de acusar la teología de Ratzinger de ser subversiva ha sido la lectura y el análisis de su obra teológica más conocida y leída: la "Introducción al cristianismo", que fue publicada por primera vez en 1968 y que, hasta ahora, ha tenido múltiples reediciones y ha sido traducida a numerosos idiomas.
Ahora bien, lo que más asombro causa es que Radaelli no se ha visto solo en la labor de demoler el planteamiento teológico de Ratzinger; de hecho, ha recibido inmediato apoyo de un teólogo y filósofo de los más condecorados, monseñor Antonio Livi, decano emérito de la facultad de filosofía de la Pontificia Universidad Lateranense, académico pontificio y presidente de la International Science and Commonsense Association.
De hecho, también Livi sostiene que Ratzinger y su teología han contribuido poderosamente a la subida al poder, es decir, a un papel cada vez más hegemónico en los seminarios, ateneos pontificios, comisiones doctrinales, dicasterios de la curia y en los grados más altos de la jerarquía hasta llegar al papado, de lo que él llama "la teología modernista con su evidente deriva herética".
No es necesario resumir aquí los argumentos expuestos por Radaelli en su crítica contra Ratzinger como teólogo y, después, Papa. Basta leer la clarísima presentación que de ellos hace Livi en esta otra página de Settimo Cielo:
De esto se deduce que Francisco no es el único Papa que es, hoy en día, objeto de una "correctio" por herejía, porque tampoco su predecesor "emérito" está exento.
Ambos, Radaelli y Livi, están entre los primeros signatarios de la "correctio" dirigida al Papa Francisco el verano pasado. Y ahora también de esta contra Benedicto XVI.
----------
Mientras tanto, la interminable controversia sobre la aplicación de "Amoris laetitia", en favor o contra la comunión a los divorciados que se han vuelto a caer y conviven "more uxorio", se enriquece a partir de hoy, 2 de enero, con una nueva intervención pública, obra de tres obispos:

> Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale
Como ya se intuye por el título, es una intervención firmemente contraria a cualquier cambio de la doctrina y de la disciplina de la Iglesia de siempre.
La firman tres obispos de Kazajistán:
- Tomash Peta, arzobispo metropolitano de la archidiócesis de María Santísima en Astaná;
- Jan Pawel Lenga, arzobispo-obispo emérito de Karaganda;
- Athanasius Schneider, obispo auxiliar de la archidiócesis de María Santísima en Astaná.

9 de enero de 2018

Cardinal Burke Criticises Benedict XVI’s Resignation

Cardinal Burke Criticises Benedict XVI’s Resignation

“It was not a good thing for the Church to lose its universal shepherd”, Cardinal Raymond Burke has commented on the resignation of Benedict XVI, “There is a certain feeling among many Catholics that their father abandoned them.”

Talking to the Macau newspaper O Clarim (December 15) Burke expressed his hopes that papal resignations will not become a common practice.

The cardinal concedes that at the time of his resignation Pope Benedict had reached a certain age, “but certainly he was in full possession of his faculties.”

He is not convinced by the argument that Benedict was no longer able to travel or bear many audiences, “Who says that the pope has to travel or that he has to receive so many people? I think it is necessary to re-examine the substance of the Petrine office.”

Picture: Raymond Burke, © John Briody, CC BY-ND#newsYfkcwhlvag

14 de marzo de 2017

Dom Negri fala: “Bento XVI sofreu uma pressão enorme. Responsabilidades graves, tanto dentro como fora do Vaticano, pela renúncia”


Dom Negri fala: “Bento XVI sofreu uma pressão enorme. Responsabilidades graves, tanto dentro como fora do Vaticano, pela renúncia”.

“Eu estou me aproximando do meu próprio ‘fim do mundo’ e a primeira pergunta que farei a São Pedro será exatamente sobre esta questão”.
“Bento XVI sofreu uma pressão enorme”, explica o bispo que iniciou o seu ministério episcopal na Diocese de San Marino e Montefeltro e está terminando em Ferrara. Com ele, “eu me sentia em minha casa.” Essa Igreja atual é marcada por “um monte de confusão em toda estrutura eclesiástica” e os antipapistas de outrora tornaram-se superpapistas em proveito próprio. Mas Negri também fala sobre família, do risco que corre a democracia na Itália por causa da criminalização de opiniões não “politicamente corretas” do Movimento Comunhão e Libertação, e muito mais.
Por Franco Fregni, Rimini 2.0 | Tradução: FratresInUnum.com: O encontro com Monsenhor Luigi Negri ocorreu na sede da Arquidiocese de Ferrara e Comacchio, no dia em que se comemoram quatro anos desde a sua nomeação como arcebispo. “Quatro anos maravilhosos e desgastantes”, explica Dom Negri que depois de ter atingido a idade de 75 anos, no próximo dia 03 de junho, passará o comando da Diocese de Ferrara para Monsenhor Giancarlo Perego.
mons-luigi-negri-468x262
Dom Luigi Negri.
Uma cerimônia de despedida que seria até um exagero definir como simples: um copo de água, uma velinha em cima de uma torta salgada e um bate-papo com seus mais próximos colaboradores.
Dom Negri, só uma curiosidade para um completo leigo: mas pode um padre se aposentar? Se é uma missão e não um trabalho, como é possível dizer a uma pessoa “agora basta”? 
“Não se pode dizer, e, de fato, vou continuar a trabalhar. No máximo, podem me dizer que não tenho mais o comando operativo da arquidiocese de Ferrara e Comacchio, o qual aceitei com humildade e espírito de serviço a pedido de Bento XVI. Mas eu permaneço como arcebispo emérito, não excluído da  responsabilidade de guiar os Católicos, algo que eu certamente farei, embora de outras maneiras. Vou concentrar-me principalmente no lado cultural. Vou tentar levar adiante uma política de sensibilização alinhada com a tradição Católica. Vou tentar implementar plenamente esse compromisso com grande liberdade, confortado por muitos amigos influentes”.
É bem conhecido o seu ótimo relacionamento com o Papa emérito Bento XVI …
“Ao longo desses últimos 4 anos, eu me encontrei várias vezes com Bento XVI. Foi ele que me pediu para guiar a diocese de Ferrara, porque estava muito preocupado com a situação em que se encontrava a diocese. Com Bento nasceu um relacionamento de forte amizade. Eu sempre me dirigi a ele nos momentos mais importantes para discutir as escolhas a respeito do que fazer e ele nunca me negou seu parecer, sempre num espírito de amizade.”
Devido a esse relacionamento, o senhor tem uma opinião sobre o que teria levado Bento XVI a renunciar ao papado, um gesto dramático na história milenar da Igreja?
“Foi um gesto sem precedentes. Nos nossos últimos encontros, eu o vi fisicamente fragilizado, mas lúcido no pensamento. Eu tenho pouco conhecimento – felizmente – dos fatos da Cúria Romana, mas estou certo de que um dia irão emergir graves responsabilidades tanto dentro, como fora do Vaticano. Bento XVI foi submetido a enormes pressões. Não é por acaso que, na América, até mesmo com base no que foi publicado pelo Wikileaks, alguns grupos Católicos pediram ao Presidente Trump a abertura de uma comissão de inquérito para investigar se a administração de Barack Obama pressionou de algum modo Bento XVI. Por ora, tudo permanece um mistério gravíssimo, mas tenho certeza de que serão revelados os responsáveis. Eu estou me aproximando do meu próprio ‘fim do mundo’ e a primeira pergunta que farei a São Pedro será exatamente sobre essa questão.
Após a “renúncia” de Bento XVI houve uma reviravolta na Igreja. É um dado, de fato, que o Pontificado de Francisco está ao centro das discussões. Por um lado, talvez, se assiste a uma celebração efusiva do novo papa por aqueles que historicamente sempre estiveram distantes da Igreja, enquanto nos ambientes mais tradicionalistas ocorrem críticas e dúvidas…
“A Igreja deve a Bento XVI a extraordinária conjugação entre fé e razão. A razão para indagar e a fé pra ver como se verifica. Ao aplicar este método, eu me senti em casa, em uma espécie de continuação ideal de anos de entendimento com pe. Luigi Giussani.
O momento atual assiste a um grande debate e muita confusão em toda a estrutura eclesiástica, suspeita-se que as chaves para uma autêntica compreensão não estão muito claras, porque não são corroboradas pela tradição e nem ancoradas em todo o dogma cristão. A hipótese é de tentar fazer coincidir o caminho da Igreja com o presente, mas não se considera que, sem levar em conta a tradição, esta tentativa está fadada à esterilidade.
Além disso, se desencadeou uma damnatio memoriae imensa à obra dos pontificados de Bento XVI e João Paulo II.
Entre outras coisas, é incompreensível que algumas personalidades de caráter duvidoso e discutível tenham encontrado respaldo dentro da Santa Sé. E são discutíveis exatamente porque são totalmente privados de base científica. Da “Gaudium e Spes” emerge o fato de que a Igreja deve respeitar a liberdade e autonomia da pesquisa científica e técnica (“a legítima autonomia das realidades terrenas”), porque a pesquisa, com métodos verdadeiramente científicos e de acordo com as normas morais, não é contrária à fé. Então é justa a reação contra essas escolhas incompreensíveis da parte de muitos círculos científicos que são preteridos enquanto se promovem cientistas menos competentes e ideologizados no sentido anti-Católico”.
As reportagens diárias oferecem sempre material novo para a questão fundamental da bioética. Sobre esta questão, ainda só do ponto de vista de um observador da mídia, parece evidente um enfraquecimento da voz da Igreja Católica.
“Este é um aspecto desconcertante. O ministério não deve jamais ser calado. Até mesmo nesses casos, parece que nós esquecemos completamente do esplendor dos pontificados do século XX. Naqueles casos, assistíamos a uma importância absoluta do ato de julgar, para em seguida, fazer brotar, a partir daquele juízo, a caridade.
Agora estamos testemunhando uma “vulgata” que coloca em dúvida as próprias palavras de Deus, há um contraste entre doutrina e pastoral, entre verdade e caridade.
Sobre este ponto bastaria a brilhante definição do Cardeal Cafarra: “A pastoral sem verdade é puro arbítrio.”
A Igreja agora, infelizmente, está repleta de associações e grupos que fornecem orientações e normas de comportamento sobre todas as questões, independente da verdade.
A Igreja sempre lutou para defender o humano. Se o mundo destrói o ser humano e eu ajudo o mundo, então eu destruo o ser humano. Infelizmente, a impressão que se tem é que pessoas muito próximas à Igreja estão ajudando na destruição da humanidade “.
Uma história que está dividindo o mundo católico é representado pela “dubia” levantada pelos quatro cardeais em relação à exortação apostólica Amoris Laetitia do papa Bergoglio . A resposta a esta “dubia” nunca chega. Em sua opinião, o Papa Francisco deveria abordar os problemas?
“A Amoris Laetitia precisa de uma especificação, infelizmente, aquele que é a palavra última da Igreja ainda permanece calado. Eu acho que o Santo Padre deveria responder, embora parece ter decidido o contrário. Infelizmente, ele desencadeou uma histeria real contra esses quatro cardeais que foram acusados de tudo. Algumas pessoas chegaram a sugerir que se removesse dos quatros cardeais o barrete cardinalício. São episódios repugnantes. Os anti-papistas de um tempo atrás, se tornaram super-papistas da noite para o dia e em proveito próprio.
Monsenhor, em sua própria vida como bispo diocesano, o senhor nunca se furtou ao debate público e muitas vezes teve que sofrer insultos. 
“Eu sempre me gloriei, como diz São Paulo, das ofensas que recebi por causa da defesa da fé e da caridade. Estão em jogo questões mais profundas do que minha própria história pessoal. Um exemplo desse modo de proceder eu vivi aqui mesmo em Ferrara quando eu levantei a questão da “movida” noturna em frente à catedral. Eu coloquei o tema fundamental da educação, do que poderia ser feito em prol daqueles jovens desgarrados que faziam de um lugar sagrado como o adro da catedral um verdadeiro prostíbulo. Por causa dessa minha tomada de posição, que era sobre uma questão fundamental e inevitável – a questão educativa – fui atacado por pseudomoralistas também presentes nas instituições, mas ninguém respondeu no mérito do tema que eu havia levantado. Eu fui deixado sozinho nesta batalha por todas as instituições, com exceção do prefeito da época, que, coincidentemente, foi prontamente substituído. Eu fui acusado de ser um reacionário, moralista, de não conhecer os jovens. Eu não conheço os jovens? Como se pode dizer uma coisa dessas? Em toda a minha experiência no movimento Comunhão e Libertação, eu sempre estive e ainda estou em contato com milhares de jovens. O problema é que se torna mais fácil criminalizar do que afrontar os problemas reais, é mais fácil ofender do que discutir com aqueles que colocam questões racionais e de bom senso.
O problema é que, depois de quatro anos, a situação não mudou, agora não há mais a “movida” noturna em frente à catedral só porque há obras ali. A tragédia é que ninguém se pergunta sobre o futuro desses jovens”.
A partir da leitura de seus textos, especialmente aqueles relacionados com a história da Igreja e os de Bento XVI, aparecem muitas críticas aos Estados modernos, às vezes eu quase tive a impressão de estar diante de um “anarquismo Católico”.
“Eu não gosto da expressão anarquismo. Na esteira de uma sólida tradição eu identifiquei alguns problemas. A Igreja sempre insistiu que nenhuma outra instituição tem direitos sobre assuntos religiosos. Orígenes, já no século II, afirmava sobre o Imperador: “Você pode até ser grande coisa sob o céu, mas os direitos de Deus são maiores do que o seu.” Então sempre houve uma clara posição da Igreja sobre estas questões.
O Estado moderno e contemporâneo pôs em ação uma tentativa terrível de absolutização da política e da ideologia política. A Igreja sempre combateu essa deriva e impediu que o totalitarismo triunfasse . O Estado deve permanecer em suas respectivas áreas.
Há também um outro aspecto importante. Como disse Hannah Arendt, a democracia não é um procedimento, mas um costume. Se falta o costume, isto é o diálogo entre as partes, a democracia pode ser violada. Quando vejo que algumas opiniões não são sequer levadas em consideração, eu temo pela democracia. Paradoxalmente, na Itália em 2017, onde as opiniões diferentes, as que não são “politicamente corretas” são frequentemente criminalizadas, a democracia corre um risco elevado, muito maior do que no passado “.
O tema do “fim da vida” é um dos mais debatidos. Se tem às vezes a sensação de que surge uma vontade de negar o sofrimento, como se ele não devesse mais existir para o homem contemporâneo. Platão, ao contrário, em sua concepção filosófica, afirmava que um dos métodos para se atingir o conhecimento é precisamente o sofrimento. Inútil acrescentar que este conceito encontra o seu clímax no Cristianismo, na Paixão e na Cruz. Em suma, essa pretensão de eliminar o sofrimento parece negar uma possível via do conhecimento.
“A concepção pós-iluminista, que é majoritária no mundo contemporâneo, vê o conhecimento como um “arranjo de objetos”, onde tudo é catalogado e explicável. O conhecimento autêntico ao invés, é o abrir-se para o mistério da vida, é a busca do significado desta vida terrena. O sofrimento é um aspecto fundamental da compreensão desta realidade. Mas agora se banaliza o sofrimento, predomina uma antropologia onde o sofrimento não tem lugar. Mas a realidade é teimosa e permanece, toma de assalto todas as vezes que o mistério de Deus permite”.
Outros eventos sociais estão inflamando o debate, tais como aqueles relacionadas à família. E muitas vezes eventos muito complexos são resolvidos por decisões judiciais.
“Em nosso país está em andamento, legitimamente, um debate onde está emergindo uma antropologia que vê a vida como objeto de um processo manipulável, alterável, onde se avançam reivindicações e direitos. Aqueles que lutam contra essa visão propõe, ao invés uma antropologia onde a vida é considerada como um dom.
Há apenas um lugar onde estes assuntos podem ser discutidos e esse é o Parlamento que é a expressão da soberania popular.
Outras tentativas para resolver estes problemas, como sempre acontece mais frequentemente através das decisões dos tribunais não são legítimas. A decisão dos juízes da cidade de Trento, que reconhece dois pais para as crianças nascidas em reprodução assistida, é vergonhosa. Os juízes e o Judiciário devem aplicar o que está estabelecido pelo Parlamento. Infelizmente, nos últimos 30 anos, temos assistido com muita frequência decisões do judiciário que são lesivas ao caráter democrático do nosso país.”
Ao lermos e estudarmos as obras de muitos expoentes da Igreja definidos como “tradicionalistas”, às vezes me surpreendo diante de afirmações que eu vejo como revolucionárias. Porém, será que esses sempre são referidos como “retrógrados” porque lhes são aplicados rótulos frequentemente enganosos?
“Há uma maravilhosa página de Manzoni que afirma:”O bom senso sempre existiu, mas estava escondido por medo do senso comum“. E isso é a perfeita representação do nosso tempo. O senso comum hoje em dia, é aquele imposto por eficazes meios de comunicação que são guiados por grandes poderes econômicos e políticos. O que estamos assistindo é a negação absoluta do bom senso. Assim vemos negada a beleza do amor entre o homem e mulher, a capacidade de sacrifício e até aquela que Bento XVI chama “a vida boa e bela”. A tradição deve ser condenada porque nega esse progressismo que não tem nenhuma base racional e nem é positivo sociologicamente. Os paladinos destas posições não sentem sequer a necessidade de justificar suas afirmações. Se alguém decidir desafiar o senso comum, imediatamente é acusado do crime de “lesa-majestade. E o crime de lesa-majestade não é uma expressão da democracia. Na verdade, a nossa democracia é frágil, parece estar se esvaindo.”
E o que se pode fazer para evitar isso?
“As pessoas que não se sentem definidas por este conformismo devem expressar suas próprias convicções, tanto individual como coletivamente. E depois há o aspecto mais importante, deve verificar o resultado de suas ações. Este é o grande ensinamento de pe. Giussani: a verificação”.
Giussani e Comunhão e Libertação, uma parte fundamental da sua vida. O senhor foi um dos protagonistas desse movimento, que agora não parece mais em sintonia com os vértices .
“Comunhão e Libertação é uma extraordinária experiência de fé, um encontro real com Jesus Cristo, a quem aprendemos amar mais do que o nosso pai e nossa mãe. Giussani nos animou, levou-nos a ser filhos da Igreja e seus humildes servos. Giussani nos ensinou a fazer rigorosa referência à tradição teológica.
Agora é inegável que estão propondo outras visões, sobre as quais não tem havido por vezes, uma coincidência de pontos de vista, mas espero que a minha maior liberdade e a possibilidade de permanecer regularmente em Milão, tornem possível, nem tanto uma retomada mas o nascimento de um diálogo, que espero que seja mais colaborativo”.